Monthly Archives: marzo 2013

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Impianti sportivi, mancano i capitali per i maggiori interventi, anche se a regime il ritorno è certo

Si potrebbero spendere 4 miliardi. Ma sul campo, oggi, ci sono circa 650 milioni. E non tutti sicuri. Sono gli investimenti per l’edilizia sportiva: piscine, palazzetti, palestre e stadi. Sarebbero ossigeno per il real estate e in generale per l’intera economia, ma gli enti locali sono a corto di soldi, mentre le iniziative private sono ridotte, perché manca la cultura del project financing e perché la legge sugli impianti sportivi, nota come legge sugli stadi, giace ancora in Senato. I grandi progetti, quelli da centinaia di milioni, sono lontani dal diventare realtà.

Quale sarebbe l’impatto di un grande piano di investimenti per lo sport, settore che rappresenta il 3% del Pil? Secondo Giovanni Malagò, neoeletto presidente del Coni, «statistiche europee dicono che ogni 400 posti a sedere di uno stadio che si realizzano, si generano due posti di lavoro a tempo determinato e uno a tempo indeterminato». Un impianto da 20mila posti, insomma, equivarrebbe a una fabbrica da 150 lavoratori. Secondo stime del Coni, servirebbero 4 miliardi per rimettere a nuovo l’impiantistica sportiva delle scuole. «Per limitarsi al calcio, con investimenti dello stesso importo per costruire o ristrutturare 20 stadi, le società avrebbero un fatturato aggiuntivo di 600 milioni di euro, senza contare il gettito Iva, Irpef e Ires che andrebbe allo Stato», spiega Michele Uva, responsabile del Centro studi, sviluppo e iniziative speciali della Figc.

Da noi, tutto ruota ancora attorno al denaro messo a disposizione, con mutui agevolati, dal Credito Sportivo. Banca pubblica in amministrazione controllata, che però continua a fare il suo dovere. Interpellato dal Sole 24 Ore, l’istituto non ha fornito dati sulle erogazioni in corso. Sommando le cifre concordate con gli enti locali si arriva a 530 milioni. Che non sono tutti impegnati, ma rappresentano plafond disponibili per soggetti del territorio, da assegnare dietro la presentazione di progetti che mettano d’accordo tutti: privati proponenti, società sportive e piani regolatori. Tra le Regioni, fa eccezione la Sardegna, che è riuscita a destinare allo sport 50 milioni per una miriade di piccoli interventi. Tra le opere maggiori, sorgeranno i palazzetti dello sport previsti a Nuoro (già appaltato, costo circa 7 milioni), Oristano (6 milioni) e l’autodromo di Mores (1,2 milioni). L’Abruzzo potrà destinare quasi 15 milioni per lo sport presi dai fondi Fas e la stessa cifra è stata appena distribuita dal Piemonte, che ha pagato così 289 interventi in tutte le province.

Le iniziative private, quasi sempre in project financing, sono poche. Anche se il rendimento è assicurato. Lo Juventus Stadium ha fatto scuola: 145 milioni di euro per costruirlo e già dal primo anno di attività la società ha triplicato i ricavi. Le proporzioni saranno diverse, ma succederà lo stesso con il nuovo stadio di calcio dell’Udinese, che dovrebbe essere pronto per il 2015. Prevede 25.100 posti a sedere (35mila spettatori per altri eventi, come i concerti), con terreno di gioco riscaldato, zone wi-fi, soluzioni innovative sul fronte del risparmio energetico, due ristoranti e diversi bar. Costa 25 milioni: 20 provengono dal Credito Sportivo (mutuo di 18 anni) e 5 direttamente dalla società. «Già dal primo anno di operatività ci attendiamo un incremento del 20% sugli introiti», spiega Alberto Rigotto, project manager dell’impianto.

Un settore in espansione è quello delle piscine, con ottimi ritorni. Un esempio? A settembre il Comune di Firenze ha approvato la relazione tecnica per il nuovo parco sportivo di San Bartolo a Cintoia, che prevede due piscine più area termale, una palestra, campi da calcetto, bar, ristoranti. Un project financing da 10,2 milioni di euro. Secondo l’ipotesi di conto economico, l’attività sarebbe in utile già dal primo anno di funzionamento a regime. Polemiche invece nel quartiere San Siro a Milano, dove il vecchio Palalido verrà rifatto (spesa 8,5 milioni) dalla società Milanosport e diventerà la casa dell’Armani Jeans di basket.

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Dave Liniger talks Housing Recovery issues on CBS This Morning

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Come arredare il soggiorno e la zona living. Tutte le tendenze del 2013. Idee per arredare il soggiorno reinventando lo spazio come sipari domestici

Tutte le idee per arredare il soggiorno e la zona living

Come arredare il soggiorno e la zona living. Tutte le tendenze del 2013.

Il soggiorno è certamente la parte più importante della nostra casa. Con il mutare di stili e tendenze nell’architettura delle abitazioni moderne, oggi gli spazi nelle nostre case sono sempre più fluidi, meno definiti, comunicanti, che invitano ad un percorso più che a interromperlo con una normale divisione degli spazi.

Così accade anche per il soggiorno o zona living: una zona della casa capace di adattarsi alle diverse necessità, dal trascorrere del tempo con gli amici a quella del pranzo o cena.

Nel soggiorno moderno dominano contaminazioni di spazi e funzioni. Flessibilità, elasticità, trasformismo: questi sono i fattori che si richiedono oggi al soggiorno e alla zona living. La versatilità diventa il trait d’union di sistemi modulari e arredi componibili che si prestano alle esigenze del singolo fruitore, assecondandone gusti o bisogni contingenti.

Si parte dalle sedute, una successione di elementi liberamente componibili, in un mosaico del relax che include piani d’appoggio, porta riviste, pouf, poggiapiedi, e si finisce con laparete attrezzata, un volume statico solo in apparenza che, con piani ribaltabili, ante a scorrimento, piccoli contenitori da sovrapporre, si presta ad assumere le configurazioni più varie.

Soluzioni ideali anche per arredare un soggiorno piccolo che diventa un piccolo scrigno di pezzi cult.

Ma in una casa concepita come un sistema organico, in linea con una fruizione degli spazi sempre meno avvezza alla tradizionale quanto rigida separazione degli ambienti, quel che colpisce è anche la natura ibrida di tavoli, sedute, mobili contenitori, capaci di arredare con disinvoltura il living, la terrazza e persino la sala da bagno, in antitesi rispetto a qualsiasi formula preconfezionata.

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Il social housing è green con il certificato Gbc Home

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L’attestato porta la data del 20 marzo 2013. E’ stato certificato due giorni fa, a Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna, il primo edificio residenziale di social housing, costruito secondo i canoni del nuovo protocollo Gbc Home, che è la trasposizione italiana del sistema di rating statunitense Leed for Homes. A dimostrazione che anche l’edilizia a canone calmierato può puntare alla qualità.

A realizzare l’immobile, che fa parte di un complesso di sei edifici e che si sviluppa su tre piani fuori terra per una superficie di 1.500mq, suddivisa in undici alloggi, è stata la Cogefrin, società di costruzioni generali, fondata nel 1968 e che, dal 2007, ha deciso di investire sul mercato della residenza, con interessi verso la sostenibilità e l’efficienza energetica. L’intervento, progettato dallo studio Conti e Galegati e da Designo Srl, è realizzato dalla società Parco dei Mulini: i tagli degli alloggi sono destinati a diverse tipologie abitative, dalle coppie alle famiglie agli anziani. L’intero progetto ha ottenuto la certificazione argento sul protocollo Gbc Home, con 50 punti sui 110 previsti, ed è stato presentato questa mattina a Expoedilizia, a Roma.

«L’edificio – spiega Salvatore Costanzo, Ceo di Cogefrin – è stato progettato e costruito adottando la metodologia costruttiva Easy Building System (www.easybuildingsystem.com), brevetto di Cogefrin. Questo nuovo approccio è finalizzato ad ottenere strutture ad alta efficienza energetica, edificate con tecnologia a secco, con alte prestazioni sotto l’aspetto dell’isolamento termico e acustico e tempi di realizzazione più veloci rispetto alle tecniche tradizionali». L’immobile emiliano, inoltre, si distingue per l’uso di impianti alimentati a fonte rinnovabile: in particolare, sul tetto, sono installati pannelli fotovoltaici per una potenza di 15kW.
Il protocollo Gbc Home è strutturato secondo 5 aree (Sostenibilità del Sito, Gestione delle Acque, Energia e Atmosfera, Materiali e Risorse, Qualità Ambientale Interna, Innovazione nella Progettazione): la certificazione è stata svolta da un organismo accreditato da Gbc Italia, in questo caso Bureau Veritas Italia. Fra gli aspetti che più hanno pesato per raggiungere il grado silver ci sono la localizzazione del sito, contornato da spazi verdi, l’uso di materiali green e in particolare di legno certificato, l’innovazione del progetto.

«Questa prima certificazione Gbc Home è motivo di grande soddisfazione per tutti gli attori coinvolti – afferma Mario Zoccatelli, presidente di Gbc Italia, associazione no profit che promuove nel nostro Paese il protocollo Leed -. Oltre a premiare l’impegno, l’applicazione pratica del caso testimonia che è possibile attuare le best practicies di livello internazionale anche per il social housing del mercato italiano. La nostra speranza è che questo rappresenti solo un primo passo di un lungo cammino, che porti benefici alla comunità e all’intero comparto dell’edilizia».

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Comprare la casa ai figli è un anticipo d’eredità

L’acquisto della casa da intestare al figlio è un tipico esempio di donazione indiretta. Donazione dell’immobile, non del denaro che è servito a comprarlo: perché è l’immobile che va ad arricchire il patrimonio del beneficiario. E ciò vale sia per l’intestazione in senso stretto, sia per l’acquisto che il figlio fa a proprio nome con i soldi forniti, contestualmente o in precedenza, dal genitore.

Questi di solito interviene perché il figlio, magari privo di redditi, non può permettersi quell’investimento. Per motivi di coerenza fiscale, nell’atto di compravendita il donatario può specificare che il prezzo di acquisto è stato pagato dal genitore. «Ma questa dichiarazione è utile anche ai fini successori, ed è importante specie se ci sono altri figli» spiega il presidente del Consiglio Notarile di Milano, Arrigo Roveda. «Non si può infatti usare la donazione per privarsi degli immobili (più in generale, dei beni) e lasciare qualcuno dei parenti prossimi senza la quota minima che gli spetta».
Per legge, il testatore può disporre liberamente solo di una parte del patrimonio (quota disponibile): ai legittimari (coniuge, figli e ascendenti) è destinata comunque una “quota di riserva”, di cui non possono venir privati per volontà del defunto, espressa nel testamento o manifestata tramite donazioni in vita. Questa quota di riserva (e la sua divisione) varia in base al numero dei legittimari, secondo un preciso schema. Non si calcola però sul valore del patrimonio del defunto al momento della morte, ma su tutta la massa ereditaria: inclusi il valore dei debiti e quello delle donazioni (misurato alla data di apertura della successione). In definitiva, la donazione è considerata come un anticipo di eredità.
Ecco allora che, con la dichiarazione nell’atto di compravendita, la casa comprata dal genitore va poi a imputarsi alla quota ereditaria del figlio. Senza quella specifica, dopo la morte del genitore, gli eventuali altri figli potrebbero non essere in grado di provare l’avvenuta donazione indiretta. «Se non viene specificato – afferma Roveda – potrebbe trattarsi di un debito contratto dal figlio nei confronti del genitore: è come se quest’ultimo prestasse i soldi. Un credito che in successione cade».

La quota riservata per legge non si devolve però automaticamente ai legittimari. Se uno di loro viene privato anche in parte della sua legittima, può far valere il proprio diritto con un’azione di riduzione (entro dieci anni) nei confronti di chi invece ha ricevuto in eccesso.
Se – poniamo – nell’atto di compravendita non c’è dichiarazione, il denaro viene quindi inteso come prestito, e non ci sono altri figli o nessuno si “oppone” in giudizio alla morte del genitore, si evitano di fatto le imposte di donazione o successione. Al contrario, invece, come per ogni donazione si andrebbe a erodere la franchigia disponibile.
Le imposte si applicano infatti sul valore dei beni (base imponibile) che eccede la franchigia da applicare in virtù del rapporto di parentela con il defunto. Per il coniuge o i parenti in linea retta (come i figli, appunto) la franchigia è di un milione di euro (mentre per il fratello e la sorella è di 100mila euro), ma per i portatori di grave handicap è di 1.500.000 euro.
Alla base imponibile, decurtata della franchigia, si applicano le aliquote del 4% (coniuge o parenti in linea retta), 6% (fratelli o sorelle), 6% (parenti entro il quarto grado, affini in linea retta, affini in linea collaterale entro il terzo grado), 8% (altri soggetti). Se la successione si è aperta entro cinque anni da un’altra successione o da una donazione riguardante gli stessi beni, l’imposta è ridotta di un importo inversamente proporzionale al tempo trascorso, di un decimo per ogni anno o frazione di anno.
Per gli immobili si applicano due ulteriori imposte, per le quali non valgono le franchigie: cioè le imposte ipotecaria e catastale, pari rispettivamente al 2 e all’1% (oppure a 168 euro l’una, se ci sono le condizioni per usufruire delle agevolazioni prima casa). La base imponibile è quella del valore di mercato alla data di apertura della successione. Il valore catastale si ottiene moltiplicando per 126 (o 115,5 se prima casa) le rendite che risultano al catasto. E basta che almeno uno dei beneficiari possegga i requisiti prima casa per estendere la riduzione d’imposta a tutti gli altri eredi.
In ogni caso, al di là del risvolto fiscale, quando si affronta il tema del trasferimento degli immobili (e più in generale, dei beni) ai propri eredi, occorre valutar bene tutti gli aspetti. Come la dinamicità dei patrimoni: quando si anticipa la divisione in vita, l’assetto che può sembrare equilibrato in quel momento, può non esserlo alla successione. Rivolgersi prima ai professionisti può aiutare ad esempio a creare pacchetti di assegnazione più omogenei possibile.
Sulla successione, eventuali risposte ai dubbi si posson trovare sul sito affettitutelati.it, promosso dal Consiglio Notarile di Milano con il patrocinio del Comune di Milano. Dove i cittadini possono anche prenotare una appuntamento di consulenza personalizzata gratuita presso lo studio di un notaio del distretto di Milano.

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Il condominio italiano consuma 26mila euro l’anno

Il condominio italiano in media consuma 27.900 metri cubi di gas all’anno ed emette 56mila chilogrammi di anidride carbonica nell’atmosfera. La sua bolletta media è pari ad oltre 26.300 euro, circa 1.256 euro a famiglia. Basterebbe un intervento di riqualificazione energetica in grado di abbattere almeno del 32,5% dei consumi e, contando che sono circa un milione i condomini sul territorio nazionale, si potrebbero risparmiare ben 8,3 miliardi di euro spesi ogni anno dagli italiani per pagare riscaldamento ed elettricità.

Ad aver condotto la mappatura energetica di oltre 1.280 condomini in Italia (più precisamente in 37 province del Nord) è Domotecnica – Divisione Condomini che riunisce più di mille imprese di installazione specializzate in efficienza energetica, 25 studi di progettazione e certificazione, oltre 9mila operatori tecnici e 90 produttori industriali. Emerge da questi dati, raccolti sul territorio, l’identikit del condominio medio italiano, con impianto centralizzato alimentato a metano, di medio-piccole dimensioni (circa 21 alloggi), situato nel nord Italia, con una caldaia sovradimensionata. L’analisi dei consumi ha messo in evidenza che, grazie a un semplice intervento di riqualificazione (su impianti e dispersioni termiche), l’edificio-tipo italiano potrebbe risparmiare fino a 8.328 euro l’anno, quasi 400 euro a famiglia. E la riduzione potrebbe raggiungere anche il 48%-50% nel caso del cambio del combustibile da gasolio a metano, mentre si riduce al 15% ove si utilizza il teleriscaldamento.

La mappatura, svolta dal 2009 ad oggi dalle imprese associate, è frutto di una «Campagna di diagnosi energetica gratuita» portata avanti sul territorio in collaborazione con gli enti locali che hanno aderito al Patto europeo dei sindaci, impegnandosi a proporre un piano strategico per ridurre le emissioni del 20% e aumentare il risparmio energetico. Hanno collaborato anche l’Anaci (associazione nazionale degli amministratori condominiali e immobiliari), le agenzie per l’energia e la cittadinanza: sul totale dei sopralluoghi e delle diagnosi effettuate nei condomini che hanno fatto richiesta, il 28,3% si sono tradotti poi in un intervento di riqualificazione energetica approvato dall’assemblea e realizzato con risparmi certificati in bolletta.

Ecco perché dalla mappatura emergono informazioni preziose: il 70% dei consumi energetici nel residenziale è dovuto ad usi termici; dall’analisi di un campione più ristretto, di 150 condomini (2.500 famiglie), il riparmio medio generato dalla sola introduzione di impianti più moderni è stimato sui 250 euro l’anno per famiglia; il taglio dei costi è più alto quando l’impianto centralizzato provvede anche alla produzione di acqua calda sanitaria. In quest’ultimo caso, infatti, è possibile installare un sistema di pannelli solari termici che integrano l’apporto energetico con adeguati sistemi di accumulo. Spesso, inoltre, il dimensionamento della caldaia viene fatto senza tenere conto delle dispersioni, dell’analisi del fabbisogno e dei picchi di produzione dell’acqua calda sanitaria, generando sprechi evitabili.

In media un intervento capace di tagliare la bolletta energetica del 35% circa richiede tempi di rientro dell’investimento iniziale tra i 4 e i 5 anni. Ovviamente le variabili che concorrono alla determinazione dei risultati sono diverse: dipende dal numero di alloggi, dall’età del condominio, dalla zona climatica in cui ci si trova, dal tipo di combustibile utilizzato e, poi, dall’eventuale utilizzo del teleriscaldamento. Per non generalizzare basta fare due esempi: il condominio Fiori in a Modena (31 alloggi e 6 negozi) ha tagliato i consumi del 41,2%, con un beneficio di 604 euro all’anno per famiglia e l’investimento rientrerà in 6,2 anni; a Parma, nella palazzina Pellico (40 alloggi), il taglio è stato del 33,6% con un risparmio di 341 euro all’anno. A Modena, inoltre, se venissero riqualificati tutti i 150 edifici “diagnosticati” gratuitamente dalle imprese di Domotecnica, si risparmierebbero 1,4 tonellate di anidride carbonica emesse ogni anno nell’atmosfera, pari all’inquinamento prodotto da un migliaio di auto ogni anno percorrono un giro completo della tangenziale cittadina.

fonte:

http://www.casa24.ilsole24ore.com

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